Il conversion rate nell’affiliate marketing iGaming indica la percentuale di click qualificati che si trasformano in un’azione remunerata, nella maggior parte dei casi un First Time Depositor (FTD). Il calcolo, almeno sulla carta, è molto semplice: si divide il numero delle conversioni per il totale dei click tracciati e si moltiplica il risultato per cento. Il problema nasce prima ancora di fare il conto. Bisogna infatti stabilire con precisione che cosa viene considerato un “click” e che cosa, invece, viene registrato come “conversione”. Basta cambiare una di queste due definizioni perché il risultato cambi in modo sensibile. È per questo che due affiliati possono dichiarare entrambi un conversion rate del 3% e, nonostante il numero identico, avere performance reali molto diverse.
Nel network di affiliazione iGaming il conversion rate è una delle metriche più osservate, ma anche una di quelle che più facilmente vengono interpretate male. Per l’affiliato serve a capire se un’offerta merita altro traffico. Per l’operatore aiuta a valutare la qualità del canale di acquisizione. Per il network può diventare un riferimento quando occorre verificare una performance o chiarire una commissione contestata. Se però affiliato, operatore e network usano definizioni tecniche differenti, quel numero perde gran parte del suo valore. Invece di chiarire la situazione, finisce per generare discussioni.
Cos’è il conversion rate e come si calcola davvero
La formula non presenta particolari difficoltà: conversioni diviso click, moltiplicato per cento. La parte delicata è capire quali dati entrano davvero nel calcolo. Con la parola “click”, per esempio, si può indicare il click grezzo sul link di affiliazione, il click unico dopo la deduplicazione all’interno della stessa sessione oppure soltanto il click che ha raggiunto correttamente la pagina di destinazione, senza errori tecnici. Sono tre basi di calcolo diverse. In molti casi la differenza tra un conteggio e l’altro è tutt’altro che marginale, tanto che il denominatore scelto può modificare il conversion rate finale anche del 30-40%.
Anche il termine “conversione” può avere significati diversi, tutti legittimi, a seconda dell’obiettivo che si vuole misurare. In un modello CPA la conversione tipica coincide con il First Time Depositor, cioè con l’utente che apre un conto ed effettua il primo deposito reale. Nel RevShare, invece, per il guadagno dell’affiliato conta molto di più l’attività che quel giocatore mantiene nel tempo. Un FTD che deposita una volta e poi non gioca più produce lo stesso conversion rate “tecnico” di un FTD che continua a essere attivo, ma dal punto di vista economico i due utenti hanno un valore completamente diverso. Chi lavora con un modello ibrido deve quindi chiarire, prima ancora di leggere la percentuale, quale evento sta misurando. Se questa distinzione non è ancora del tutto chiara, la guida su CPA, RevShare e modello ibrido approfondisce il funzionamento economico dei diversi sistemi di remunerazione dell’affiliazione.
Dove si perde precisione: gli errori di misurazione più comuni
Uno degli errori più frequenti consiste nel confrontare conversion rate calcolati con finestre di attribuzione differenti. Se un network riconosce la conversione entro 24 ore dal click e un altro utilizza una finestra di 30 giorni, i due sistemi non stanno misurando la stessa cosa, anche se la metrica viene chiamata nello stesso modo. Può quindi capitare che un affiliato cambi rete e veda il proprio conversion rate scendere in modo evidente. Prima di attribuire il calo a un peggioramento del traffico, bisogna verificare se è cambiata la finestra di attribuzione. In molti casi la spiegazione è proprio lì.
Un secondo errore nasce quando nel denominatore finiscono click che non avevano alcuna reale possibilità di convertirsi. Bot, doppi invii del form, traffico generato da errori tecnici oppure utenti che si trovano in giurisdizioni nelle quali l’offerta non è disponibile aumentano il numero dei click registrati, ma non possono generare una conversione valida. Il risultato è un tasso artificialmente più basso. Un sistema di tracking S2S ben configurato, capace di verificare lato server la qualità del click prima della registrazione, aiuta a ridurre questo rumore statistico. La logica di funzionamento è approfondita nella guida tecnica al tracking S2S.
C’è poi un terzo errore, meno evidente, che riguarda il modello di attribuzione utilizzato quando l’utente entra in contatto con più canali prima di convertire. Nel last-click tutto il merito viene assegnato all’ultimo touchpoint, anche se la decisione dell’utente può essere maturata grazie a contenuti incontrati in precedenza. Nel multi-touch il valore viene distribuito tra più punti di contatto. Il quadro può essere più completo, ma diventa anche più complesso da calcolare e da spiegare, soprattutto quando l’affiliato si aspetta un solo numero facilmente confrontabile. Il tema, con vantaggi e limiti dei due approcci, è trattato nella guida sui modelli di attribuzione last-click vs multi-touch.
Perché un benchmark “buono” non esiste in astratto
Una delle domande più comuni tra chi comincia a lavorare con le affiliazioni è molto diretta: qual è un buon conversion rate? Il problema è che un numero, preso da solo, dice poco. Il risultato cambia in base alla provenienza del traffico, all’intento dell’utente, alla pagina sulla quale atterra e all’offerta che trova. Il traffico organico generato da un contenuto molto specifico su un tema di nicchia non si comporta come traffico a pagamento generico. Allo stesso modo, chi arriva da una ricerca con intento transazionale è in una fase diversa rispetto a chi sta semplicemente leggendo un contenuto informativo. Anche l’offerta incide: un bonus di benvenuto competitivo può produrre risultati diversi rispetto a un’offerta standard, pur lasciando invariati gli altri elementi del funnel.
Per questo il conversion rate diventa davvero utile quando viene osservato nel tempo, sullo stesso canale e con regole di misurazione stabili. Bisogna mantenere la stessa definizione di click, la stessa definizione di conversione e, per quanto possibile, condizioni confrontabili. In questo modo è possibile capire se una modifica al contenuto o all’offerta ha avuto un effetto concreto. Il confronto interno tra “prima” e “dopo” è quasi sempre più informativo di un benchmark generico trovato online, perché tiene conto delle caratteristiche reali del proprio traffico invece di metterlo a confronto con una media che potrebbe essere stata costruita con criteri completamente diversi.
Cosa lo fa scendere in ambito gambling regolamentato italiano
Nel mercato iGaming italiano esistono passaggi che incidono sul conversion rate in modo più marcato rispetto a quanto accade in un normale funnel di e-commerce. Uno dei principali è la verifica obbligatoria dell’identità al momento dell’apertura del conto, il KYC. Si tratta di un passaggio necessario dal punto di vista regolatorio, ma introduce una frizione evidente: un utente può essere interessato, aver già avviato la registrazione e perfino aver mostrato l’intenzione di depositare, salvo poi fermarsi quando gli viene chiesto di caricare un documento d’identità.
Anche il divieto pubblicitario previsto dal Decreto Dignità ha un effetto indiretto sulla conversione, perché riduce gli strumenti di remarketing e retargeting che in altri settori vengono utilizzati per recuperare chi ha interrotto il percorso. Non potendo ricorrere alla pubblicità diretta del gioco su Google Ads o Meta Ads, una parte importante del recupero degli utenti che abbandonano il funnel deve passare da canali organici oppure dalla relazione diretta con la community. Sono strumenti con logiche e tassi di recupero differenti rispetto alla pubblicità a pagamento. Chi lavora sulla SEO in questo settore deve tenerne conto già in fase di progettazione del contenuto, come illustrato nella guida su SEO nel gambling e vincoli del Decreto Dignità.
Un altro elemento da non trascurare è il rapporto tra conversion rate e valore del giocatore nel tempo. Un canale può generare meno FTD ma portare utenti con un LTV, cioè lifetime value, molto più alto della media. In termini economici potrebbe quindi risultare più interessante di un canale con conversion rate doppio ma composto da giocatori che smettono di depositare dopo la prima settimana. Valutare soltanto la percentuale di conversione, senza incrociarla con il valore prodotto nel tempo, può portare a distribuire male il traffico. Il tema è approfondito nella guida su come si calcola l’LTV del giocatore.
Un esempio numerico aiuta a capire perché la definizione della metrica conta così tanto. Immaginiamo un contenuto editoriale che, nell’arco di un mese, generi 10.000 click qualificati verso l’operatore partner. Solo 4.000, però, raggiungono realmente la pagina di registrazione senza errori tecnici; gli altri si perdono per problemi di rete, redirect falliti o dispositivi non compatibili. Calcolare il conversion rate sul totale dei click grezzi sarebbe quindi già poco rappresentativo, perché includerebbe utenti che non hanno mai avuto una possibilità concreta di convertire. Dei 4.000 click arrivati correttamente a destinazione, 600 utenti completano registrazione e verifica KYC. Di questi, 240 effettuano il primo deposito entro la finestra di attribuzione. Il conversion rate da click grezzo a FTD è del 2,4% (240 su 10.000), quello da click qualificato a FTD è del 6% (240 su 4.000), mentre il conversion rate da registrazione a FTD è del 40% (240 su 600). I tre dati sono tutti corretti e derivano dagli stessi numeri, ma descrivono momenti diversi del funnel. Chi comunica soltanto il primo rischia di sottostimare la qualità effettiva del traffico. Chi mostra soltanto il terzo, al contrario, può finire per nascondere un problema di volume a monte.
Come si migliora il conversion rate senza limitarsi ad aumentare il traffico
Quando il conversion rate è basso, la prima reazione è spesso cercare più traffico. Non sempre è la scelta giusta. Molto spesso il margine di miglioramento più immediato si trova in un passaggio già esistente del funnel. Il primo controllo riguarda la coerenza tra ciò che ha portato l’utente al click e quello che trova sulla pagina di destinazione. Se una persona arriva da un contenuto dedicato a un bonus specifico e viene indirizzata verso una landing generica, priva di riferimenti a quel bonus, percepisce una discontinuità. Quel salto tra aspettativa e pagina reale aumenta la probabilità di abbandono più di quanto si possa intuire guardando soltanto il dato aggregato.
Un secondo punto riguarda il modo in cui viene presentato il processo di verifica dell’identità. Informare l’utente in anticipo che, per completare la registrazione, sarà necessario un documento d’identità rende il passaggio meno inatteso. È utile anche spiegare in modo sintetico che si tratta di un requisito di legge e non di una richiesta arbitraria dell’operatore. La funzione di questa informazione non è spingere l’utente a depositare, ma evitare che il KYC venga percepito come un ostacolo comparso all’improvviso proprio nel momento più delicato del percorso.
Il terzo elemento è la velocità della pagina di destinazione. Un caricamento più lento, anche di due o tre secondi rispetto alla media, può ridurre sensibilmente le conversioni da dispositivo mobile, che nel settore rappresenta la maggioranza del traffico. Nessuna di queste ottimizzazioni modifica la sostanza dell’offerta di gioco. Si interviene sull’esperienza tecnica e sulla chiarezza delle informazioni, non sulle promesse legate al gioco. Proprio per questo si tratta di interventi compatibili con i vincoli di comunicazione del Decreto Dignità: l’obiettivo è rendere più lineare un processo che l’utente ha già deciso di iniziare, senza suggerire risultati o probabilità di vincita.
La tabella seguente riassume le tre letture del conversion rate utilizzate nell’esempio precedente e chiarisce in quale situazione ciascuna può essere più utile.
| Tipo di conversion rate | Cosa misura | Quando è più utile |
|---|---|---|
| Click grezzo → FTD | Efficacia complessiva del canale, compreso il rumore tecnico | Confronto macro tra canali molto diversi tra loro |
| Click qualificato → FTD | Efficacia del traffico che ha realmente raggiunto la destinazione | Valutare la qualità effettiva di un singolo contenuto o di una campagna |
| Registrazione → FTD | Efficacia del processo di deposito dopo il KYC | Individuare problemi specifici nella fase finale del funnel |
C’è infine un aspetto da considerare quando si confrontano i risultati nel tempo. Non è realistico aspettarsi che il conversion rate cresca in modo lineare e costante con l’invecchiamento del contenuto. Può esserci una fase iniziale più forte, legata alla novità del contenuto per i motori di ricerca, seguita da un periodo di assestamento e poi da una stabilizzazione. A quel punto il valore dipende soprattutto dalla qualità strutturale del contenuto e non semplicemente dal volume di traffico ricevuto. Mettere a confronto il conversion rate della prima settimana con quello del terzo mese, ignorando questa dinamica, può portare a giudizi affrettati sulla qualità di un contenuto che sta invece seguendo un normale percorso di stabilizzazione.
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Resta un ultimo tema, più normativo che tecnico: il modo in cui le performance di conversione vengono comunicate pubblicamente. Un affiliato o un content creator che utilizza un conversion rate elevato come argomento commerciale rivolto ad altri potenziali affiliati deve separare con grande chiarezza due piani diversi. Il conversion rate misura l’efficacia di un canale di marketing. Non indica e non deve essere presentato come se indicasse una probabilità di vincita per il giocatore finale. I due concetti possono avere un collegamento economico all’interno della filiera, ma dal punto di vista normativo restano distinti. Confonderli in una comunicazione pubblica espone al rischio di entrare nell’area del divieto pubblicitario relativo al gioco con vincita in denaro.
La differenza, nella pratica, è abbastanza netta. Dire “il mio contenuto genera un conversion rate del 4% sul traffico organico” significa comunicare un dato di marketing tra professionisti, verificabile e riferito alle prestazioni di un canale. Suggerire, direttamente o indirettamente, che quella percentuale corrisponda a una maggiore possibilità di vincita per chi si registra attraverso quel contenuto significa invece attribuire alla metrica un significato che non ha. È questo passaggio che deve essere evitato, indipendentemente dalla formula utilizzata.
Checklist per calcolare un conversion rate confrontabile nel tempo
Prima di mettere a confronto due periodi, due canali o due offerte, conviene verificare che i criteri utilizzati siano davvero omogenei:
- La finestra di attribuzione è la stessa per entrambi i periodi o canali che stai confrontando?
- La definizione di “conversione” è la stessa, FTD, deposito confermato oppure attività di gioco sostenuta?
- Il traffico non qualificato viene filtrato nello stesso modo su entrambi i lati del confronto?
- Il modello di attribuzione, last-click o multi-touch, è rimasto invariato nel frattempo?
- Stai leggendo il conversion rate insieme al valore nel tempo, invece di isolarlo dal resto della performance del canale?
Domande frequenti
Come si calcola il conversion rate nell’affiliate marketing?
Si divide il numero delle conversioni tracciate, nella maggior parte dei casi i First Time Depositor, per il totale dei click qualificati e si moltiplica il risultato per cento. Per ottenere un dato attendibile è essenziale usare sempre le stesse definizioni di “click” e “conversione”.
Qual è un buon conversion rate nel gambling affiliate marketing?
Non esiste un valore universale valido per tutti. Il risultato cambia in base al tipo di traffico, all’intento di ricerca, all’offerta e al modello di attribuzione utilizzato. In genere è più utile osservare l’andamento del proprio conversion rate sullo stesso canale nel tempo, invece di confrontarlo con un benchmark generico trovato online.
Perché il conversion rate cambia se cambio network di affiliazione?
Il cambiamento non indica necessariamente un peggioramento della performance. Può dipendere da una finestra di attribuzione diversa oppure da una differente definizione tecnica della conversione adottata dal nuovo network. Prima di giudicare la qualità del traffico è quindi necessario verificare questi criteri.
Il conversion rate va guardato da solo o insieme ad altre metriche?
Va letto insieme al valore nel tempo del giocatore acquisito, cioè all’LTV. Un canale con un conversion rate più basso può produrre più valore economico se porta giocatori più fedeli, mentre un canale con una percentuale di conversione più alta può risultare meno interessante quando gli utenti abbandonano rapidamente.
Posso pubblicizzare il mio conversion rate per attrarre altri affiliati?
Sì, se viene presentato come un dato di marketing professionale rivolto ad altri affiliati. Non deve però essere usato, neppure indirettamente, per suggerire al giocatore finale una maggiore probabilità di vincita, perché si tratta di due concetti distinti dal punto di vista normativo.
Perché il KYC abbassa il conversion rate rispetto ad altri settori?
La verifica obbligatoria dell’identità durante l’apertura del conto aggiunge un passaggio che in molti altri funnel di acquisizione non esiste. È quindi un punto nel quale può verificarsi un abbandono anche da parte di utenti che avevano già mostrato una concreta intenzione di depositare.
Il gioco è vietato ai minori di 18 anni e può causare dipendenza patologica.
Articolo redatto dal team editoriale Vector Management. Vector srl (P.IVA 09532751212) opera nel settore gambling AAMS in conformità al Decreto Dignità (D.L. 87/2018) e alle linee guida AGCOM.
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